Breve introduzione ai Certificati Neri

I certificati neri fanno parte dei meccanismi di incentivazione presenti in Italia per promuovere la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, ma vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Da qualche tempo abbiamo avviato una sorta di rubrica alla scoperta delle varie tipologie di certificati, beh siamo arrivati all’epilogo, ovvero ai certificati neri.

I certificati neri sono quelli di cui si sente meno parlare e forse proprio per questo vorresti saperne di più giusto? Allora hai aperto il link che fa al caso tuo, in questo articolo infatti cercherò di fare un po’ luce su cosa sono i certificati neri, come funzionano, chi riguardano e non di meno, perché sono stati istituiti.

Piccola premessa, ricordiamoci che i certificati bianchi, i certificati verdi e i certificati neri sono i tre meccanismi utili per diminuire la produzione di CO2 nel nostro paese, in riferimento agli obiettivi europei per le politiche ambientali ed europee, nel rispetto del protocollo di Kyoto. Le prime due tipologie di certificati abbiamo avuto modo di conoscerli negli articoli precedenti, adesso scopriamo insieme cosa si intende per certificati neri.

Cosa sono i Certificati Neri

La direttiva 2003/87/CECertificati Neri” istituisce un sistema per lo scambio di emissioni dei gas ad effetto serra nella Comunità Europea -e modifica la direttiva 96/61/CE del Consiglio-al fine di promuovere la riduzione di dette emissioni secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica.

Campi di applicazione della direttiva:

  1. Attività energetiche e quindi raffinerie di petrolio, colorerie e gli impianti di combustione di una potenza calorifica maggiore ai 20 MW;
  2. Produzione e trasformazione dei metalli fossili, ovvero impianti di arrostimento o sinterizzazione di minerali metallici compreso i minerali solforati e gli impianti di produzione di ghisa o acciaio;
  3. Industrie di prodotti minerali o più precisamente quegli impianti destinati alla produzione di cemento, mattoni, piastrelle, porcellane e delle fibre di vetro.

La direttiva prevede un duplice obbligo per gli impianti di questo tipo:

  1. Per poter operare devono disporre di permesso all’emissione in atmosfera di gas serra;
  2. L’obbligo di emettere a fine anno un numero di certificati neri pari alle emissioni di gas serra rilasciate durante l’anno.

Perché sono stati istituiti i Certificati neri

Protocollo_di_Kyoto

Si è reso necessario instituire i certificati neri (scambio di quote di CO2) in seguito al protocollo di Kyoto “il trattato internazionale in materia ambientale riguardante il surriscaldamento globale, redatto l’11 dicembre 1997 nella città giapponese di Kyoto da più di 180 Paesi in occasione della Conferenza delle Parti “COP3″ della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC)”.

Per ciascuna società soggetta agli obblighi del protocollo di Kyoto, vengono calcolati i limiti di emissioni che possono emettere nell’atmosfera, nel caso in cui l’impianto in oggetto riesca a produrre una quota inferiore di emissione gas serra potrà venderla ad un’altra azienda che non è stata in grado di rispettare i parametri, azionando così lo scambio di Quote di CO2.

Il trattato pone l’obbligo di operare una riduzione di biossido di carbonio e degli altri gas serra in misura inferiore all’8,65% rispetto alle condizioni registrate nel 1985 (considerato anno base). È innegabile che le nostre scelte hanno determinato l’attuale “stato di malessere” del pianeta, per cui oggi l’obiettivo è quello di contenere le emissioni dei gas serra così da mitigare le incertezze degli effetti climatici.

Il protocollo di Kyoto mette a disposizione degli strumenti utili al raggiungimento degli obiettivi da parte dei Paesi sottoscrittori:

  • Clean Development Mechanism, consente ad un Paese aderente di realizzare progetti per ridurre le emissioni nei Paesi in via di sviluppo in cambio di crediti.
  • La Joy Implementatio, consente di realizzare progetti per la riduzione delle emissioni in un altro Paese appartenente allo stesso gruppo, e utilizzare i crediti derivanti insieme al Paese ospite.
  • La Emission Trading, regola il trasferimento e l’acquisto dei diritti di emissione tra Paesi. Un Paese che riuscisse a ridurre le emissioni più della percentuale richiesta, può vendere la quota in eccesso ad un altro Paese che non riesce a ridurre sufficientemente le emissioni, rispettando delle regole ben precise.

Come avviene lo Scambio di Quote di CO2?

Come detto sopra, l’eventuale surplus di quote può essere accantonato oppure venduto sul mercato, così come il deficit che potrà essere coperto attraverso l’acquisto delle quote. Ma dove avviene tutto ciò?

La prima piattaforma italiana per lo scambio di Quote di Emissione di gas ad effetto serra è stata predisposta dal Gestore del Mercato Elettrico (GME) e consente agli operatori in possesso di un conto di proprietà presso il Registro Nazionale, di ricercare o scambiare quote di emissione e garantendo:

  • Concorrenza tra gli operatori;
  • Trasparenza;
  • Sicurezza delle transazioni.

Se invece non vengono restituite le quote di emissioni dei gas ad effetto serra in eccesso il gestore dell’impianto sarà soggetto ad una sanzione: “Gli Stati membri provvedono affinché il gestore che, entro il 30 aprile di ogni anno, non restituisce un numero di quote di emissioni sufficiente a coprire le emissioni rilasciate durante l’anno precedente sia obbligato a pagare un’ammenda per le emissioni in eccesso. Per ciascuna tonnellata di biossido di carbonio equivalente emessa da un impianto il cui gestore non ha restituito le quote di emissione, l’ammenda per le emissioni in eccesso corrisponde a 100 EUR. Il pagamento dell’ammenda per le emissioni in eccesso non dispensa il gestore dall’obbligo di restituire un numero di quote di emissioni corrispondente a tali emissioni in eccesso all’atto della restituzione delle quote relative alle emissioni dell’anno civile seguente”.

Il GSE (Gestore Servizi Energetici) a tal proposito, redige ogni anno un Rapporto Annuale sulle Aste delle Quote di Emissione che raccoglie tutti i dati delle Borse, divisi per annualità e mercati di provenienza.

Le quote di CO2, che volume di affari genera in Italia?

Dati alla mano (dal Gse), nel 2017 le aste dei permessi di emissione di CO2 hanno fruttato all’Italia 545,4 milioni di euro attraverso 95 milioni di certificati neri, in aumento rispetto ai 407,2 milioni del 2016. Per il 2018, le previsioni più aggiornate sui prezzi, danno i proventi delle aste ancora in crescita, probabilmente da record. Dal 2019 invece, si prevede una lineare riduzione del numero di quote all’asta, in riferimento dell’inizio del meccanismo della Riserva di Stabilità contenuta nella nuova direttiva proprio di pochi giorni fa.